

IL SEGRETO DI LUCIA SCHIAVINATO
Nella circolare inviata alle volontarie dal Piccolo Rifugio veronese di Settimo di Pescantina , il 6 settembre 1976, a poco più di due mesi dalla morte, Lucia Schiavinato scriveva :
“Qui seduta in poltrona (devo considerarmi convalescente fino a Natale, dicono i medici) o camminando per il parco o sostando davanti all’Eucaristia, leggendo i giornali e pensando a ciò che succede nel mondo, vi confesso che sto vivendo la sofferenza più intensa. Mie carissime, vi sono milioni, possiamo dire miliardi di nostri fratelli che stanno vivendo i soprusi più inauditi. Da una parte le torture, le persecuzioni, fratelli uccisi per la strada, nella guerra, nella guerriglia, malmenati, tormentati nello spirito e nella carne: pensate che strazi. … Fratelli feriti, moribondi nei campi di battaglia o sotto le macerie di terremoti. Dall’altra parte i fratelli torturatori, i sadici, i colmi di odio, quelli che nascondono i più loschi e sporchi interessi, i violenti, i viziosi, i criminali. Sono tutti fratelli nostri. Ciascuno è nostro fratello: mio, tuo. Un mondo che soffre pene inenarrabili nell’anima e nel corpo e in un mondo governato da satana che fa dell’uomo anche cosiddetto civile, una belva assetata di soldi e di sangue…”
A distanza di cinquant’anni queste sofferte considerazioni di Lucia risuonano con un’impressionante attualità. La vicina memoria dei 125 anni dalla sua nascita e la prossima ricorrenza dei 50 anni dalla sua morte ci impongono di non vivere queste date come occasione di sola memoria celebrativa, quanto invece come provocazione a scuoterci per ritrovare anche noi quello sguardo attento e compassionevole che scuoteva Lucia, pur segnata dalla sua personale fragilità fisica. Lucia continua a pungolarci per farci sentire “tutta l’ansia del mondo nel cuore”.
Non si può però capire Lucia e ciò che ancora oggi ella vuole dirci, se la collochiamo, pur con tutti i dovuti onori, solamente all’interno della schiera di quanti hanno espresso una generosa sensibilità umana. Non si può dimenticare o nascondere quella che è stata la sorgente che ha irrigato tutta la vita della fondatrice dei Piccoli Rifugi, e che l’ha resa capace di mettersi a servizio di ogni fragilità umana. Non è stato un sentimento o una ideologia, a sostenere l’agire di Lucia bensì l’incontro e l’intima amicizia con una persona vivente: Gesù Risorto e Vivente qui e ora.
Non si capirebbe altrimenti perché mamma Lucia pretendeva che ogni Rifugio avesse una cappella con l’Eucaristia. Rifiutò occasioni allettanti di case perché non sarebbe stato possibile avere in esse la celebrazione della Messa.
La presenza reale di Gesù vivo nell’Eucaristia, davanti alla quale di notte passava ore in preghiera, Lucia la ritrovava poi ogni giorno in ogni sofferenza e fragilità umana di qualsiasi genere e non perché fosse solo frutto di una particolare sensibilità umana , ma perché sapeva che Gesù stesso ci aveva dato appuntamento sicuro con Lui in ogni persona povera, nuda, affamata, ammalata, carcerata, straniera…
Lucia è un’innamorata perduta di quel Gesù, che lei incontrava nell’Eucaristia. Che altro è l’Eucaristia se non quel pane d’amore spezzato che è stato Gesù? Nutrita da questo amore Lucia trovava volontà, energia, fantasia, per farsi accanto a tutte le realtà di bisogno che incrociavano la sua vita. “E’ l’amore di Cristo che mi spinge”, poteva dire con san Paolo.
Nello stesso tempo Lucia avvertiva quale forza potesse venire alle persone segnate dalla fragilità dall’incontro con un Dio così vicino, umile, lui stesso segnato dalle ferite della sofferenza umana.
Da Salvador Lucia scriveva nel gennaio 1972: “Miei figliole… lasciatevi condurre dallo Spirito, entrate in profondità, fatevi intime del Cristo Eucaristico, perché ha bisogno di voi…Ha bisogno di trattare assieme a voi gli interessi dei fratelli…Un po’ alla volta bisogna arrivare ad assumere il peso del mondo. Di quel mondo di fratelli che vi è lontano, ma al quale bisogna fare un grande posto nel vostro cuore. Hanno diritto di entravi tutti, con tutto il loro carico di umanità tradita, oppressa, ignorante, affamata. A quel mondo di fratelli che vi sono vicini e ai quali dovete attenzione, comprensione, servizio fatto di umile premura e di grande bontà…
Avete un solo nemico, purtroppo forte e ben agguerrito: il vostro, il nostro egoismo che ci impedisce di dimenticarci totalmente. I mezzi per ridurlo all’impotenza? Immergerci in Cristo e pensare solo ai bisogni del prossimo. Tanto, a tutto quello che ci occorre ci pensa Lui: non lo avete mai sperimentato?”
Forse a qualcuno potranno sembrare troppo esigenti queste parole di Lucia. Come i discepoli si rivolsero un giorno a Gesù, rimproverandolo: “Queste parole sono troppo dure per noi, chi può ascoltarle?”, lo stesso potremmo fare noi con Lucia. Eppure, come confessa don Alessandro Deho’ : “Io sono a caccia di persone così, radicali, totali, costrette a vivere stando sulle tracce del divino, in un corpo a corpo indispensabile e meraviglioso, gente che non salta da una conferenza all’altra, che non fa della fede uno spettacolo…Gente costretta da un amore che sembra una malattia. Cronica. Forse questi sono quelli che dovremmo chiamare santi”
don Antonio Guidolin